Agatha Christie e Arthur Conan Doyle, di Alex Falzon

Fu mentre lavorava nel dispensario dell’ospedale di Torquay, che Agatha Christie ebbe per la prima volta l’idea di scrivere un romanzo poliziesco; era in corso la Prima Guerra mondiale ma i pensieri della giovane infermiera si concentravano piuttosto sul “chi”, sul “dove”, sul “come” e sul “perché” venivano uccise le vittime scaturite dal suo immaginario.

Il romanzo, pubblicato nel 1918, s’intitolò Poirot a Styles Court e nonostante fosse un’opera prima del tutto convenzionale, ottenne lo stesso un certo successo di pubblico, tale da incoraggiare la casa editrice ad assicurarsi i diritti sui futuri scritti dell’autrice.

Poirot a Styles Court non poteva non risultare gradevole al lettore giacché la Christie l’aveva scritto tenendo in mente sia i gusti del mercato sia i moduli narrativi allora imperanti nel genere poliziesco. Sono questi gli anni d’oro del cosiddetto “giallo classico all’inglese” dove i risvolti della trama contano più di coloro che li percorrono; l’unico a spiccare è sempre il detective poiché svolge in primo piano il compito di sciogliere i fili di quell’intricatissima matassa. La soluzione, per quanto agognata sin dal momento in cui viene commesso il delitto, si rivela essere, il più delle volte, tanto banale quanto interessante è invece la parte narrativa che l’ha preceduta.

Leggi il resto del saggio nel blog dedicato ad Agatha Christie.

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