Di aspettative frustrate e pietismo mediatico: il “caso” Paola Caruso

Si fa un gran parlare in rete del caso di Paola Caruso, collaboratrice del Corriere della Sera entrata in sciopero della fame per protestare contro la sua non assunzione dopo 7 anni di collaborazione. A sentire lei al posto suo è stato assunto un pivello della scuola di giornalismo.

Si dà il caso che abbia incrociato qualche volta Paola nella redazione di Dieci ai tempi della mia sciagurata collaborazione con quel giornale (zero grana ma tanto divertimento e un capitale umano di amicizie inestimabile): non posso dire di conoscerla, per carità, ma la faccenda in sé mi interessa.

Personalmente credo che la Caruso si stia comportando in maniera inaccettabile e se fossi il Direttore del Corriere non la assumerei mai e poi mai anzi, le taglierei anche la collaborazione. Che poi quella dello sciopero della fame è una cagata pazzesca, visto che già al secondo giorno si è fatta “un caffè con latte e zucchero, perché iniziavo a stare male“… ma di cosa stiamo parlando?!?!?!?!?!?

Qui si confonde il precariato con la libera professione, l’essere un collaboratore o un freelance con il concetto di “devo avere un posto fisso perché mi spetta di diritto”, l’anzianità come unico parametro di valutazione. Ma vi immaginate un freelance americano che fa lo sciopero della fame perché non lo assumono al New York Times? Non solo verrebbe preso per il culo da tutta la blogosfera ma non troverebbe mai un posto di lavoro neanche nel giornalino della parrocchia, sarebbe sputtanato a vita.

Per non parlare della solidarietà acritica e sciocca della rete: tutti che stanno dalla parte della povera precaria a priori,senza avere la minima idea di che equilibri ci possono essere su un ambiente di lavoro. Senza sapere nulla della questione, senza avere la minima idea delle dinamiche interne che regolano una redazione, senza chiedersi quali potrebbero essere i motivi che hanno portato a questa non assunzione. Ma dove stava scritto che avrebbero dovuto assumerla? Ma perché? Perché collaborava da 7 anni col Corriere? Perché lei se lo aspettava? Ma chi se ne frega! Questa situazione dell’aspettativa frustrata può essere davvero tremenda, me ne rendo conto, però è un fattore privato. Personale. In estrema sintesi: cazzi tuoi.

Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, avrei potuto capire uno sciopero della fame per protestare contro lo status di precario generazionale, ma qui la protesta è quanto di più gretto e personalistico ci sia, anzi c’è perfino il disprezzo per “un pivello della scuola di giornalismo”. Non si protesta contro lo status di precario, non si protesta per modificare una legge o per non so quale ideale. No. Non c’è niente di tutto questo nella protesta di Paola Caruso.  C’è solo il tremendo livore di chi vede frustrato il suo piccolo e misero sogno di gloria.

Che poi, diciamocela tutta: se hai quasi quarant’anni e lavori da una vita nel mondo dell’editoria devi essere proprio fuori da ogni grazia di Dio per essere convinta che prima o poi avrai il tuo bel posto fisso. O come minimo devi aver sottovalutato in maniera drammatica il tuo potere contrattuale. Insomma, in ogni caso significa che non hai la più pallida idea del mondo in cui vivi.

Ma continuiamo così, indignamoci tutti per la povera precaria messa in ginocchio dalla grande e cattiva azienda schiavista: immoliamoci tutti sull’altare della povera Santa Precaria, la nuova grande martire panreligiosa dei nostri giorni… ma vaffanculo va’!

2 pensieri su “Di aspettative frustrate e pietismo mediatico: il “caso” Paola Caruso

  1. Sottoscrivo in pieno!
    Ma di che cosa parla questa? Ancora con il “diritto” al posto di lavoro? ( …e poi magari è una dei numerosi giornalisti che usano l’indicativo nelle dichiarative..per enfasi!)
    Il posto di lavoro te lo meriti, o te ne stai a casa cocca. Si chiama meritocrazia. Imperfetta, a volte crudele, e sempre soggetta alle leggi del mercato, che di umano non hanno un cazzo.
    Se vogliamo un mercato del lavoro più umano e giusto, le prime baggianate da abbandonare sono queste nostalgiche teorie del diritto a tutto e dell’ “anzianità”.
    Citando Giacomo: ma vaffanculo va’!

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  2. Che tristezza infinita questa storia ragazzi. Mi fa pensare che davvero non c’è speranza di cambiare un belino… tutti sti pecoroni senza nemmeno pensarci si sono schierati in un momento. Domani verrà l’uomo nero, e gli si accoderanno senza un pensiero.

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