Bacchiglione Blues: l’incipit

«Parcheggiò la Bravo davanti all’ingresso, aspettò che la polvere sollevata dalla sua auto svanisse inghiottita dalla prima foschia d’ottobre e dai campi di barbabietole, quindi si legò i capelli dietro la testa con un elastico, si tirò su le maniche sulle braccia nerborute e ancora abbronzate e, come ultimo ma più importante gesto, afferrò con fermezza il suo Fabarm Martial caricato a pallettoni da cinque millimetri di diametro.

Quarantacinque anni, uomo di grossa corporatura, fanatico di calcio bosniaco al punto da portare con orgoglio un tatuaggio di Safet Sušić sul bicipite destro, tirò un sospiro, bevve un sorso di rakija alla pera che teneva nascosta nel cruscotto, spense l’autoradio, scese dalla Bravo brandendo il fucile a pompa e si avvicinò all’entrata, camminando con passi lunghi e ben distesi sulla ghiaia. Non aveva l’aria da duro o cattivo. Sembrava piuttosto un placido distillato di entrambe le qualità e, soprattutto, dava l’impressione di conoscere qualcosa che nessuno era in grado di vedere.

Quando dopo pochi istanti fu davanti all’ingresso, portò uno sguardo rapido e fugace verso il tetto della cascina, sospirò nuovamente e infine bussò deciso alla porta. Tre colpi secchi. Nessuna risposta. Pensò che forse Tito non c’era. O che forse voleva fare il furbo come sempre. Bussò una seconda volta. Altri tre colpi secchi. Niente. Bussò una terza. Silenzio. Intanto dai campi intorno si levava il forte gracidare delle rane e il suono gutturale e convulso di qualche strana bestia probabilmente in estro. Una fitta nebbia iniziò a levarsi dai fossi rendendo il paesaggio spettrale. Pensò che quella storia lo aveva davvero stancato e che anziché trovarsi di fronte al palco di un bel concerto blues stava perdendo il suo tempo in quel posto di bifolchi per avere una cosa che gli spettava di diritto».

Bacchiglione Blues, Matteo Righetto (Ed. Perdisa): in tutte le librerie dal 9 febbraio.

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