Fantasmi e fughe – Un libro di storie, di Giulio Mozzi – Citazioni

Fantasmi e fughe – Un libro di storie, di Giulio Mozzi, Einaudi Tascabili Stile Libero, Citazioni

Fantasmi e fughe - Un libro di storie, di Giulio Mozzi - CitazioniIo non sono mai stato bravo a viaggiare. Andare da un posto a un altro, questo lo so fare. Prendo il treno o la corriera, o il mezzo che serve, e vado. Arrivo, prendo un autobus o la metropolitana, o vado a piedi, e vado […] Andrò da qualche parte prossimamente. Partirò sapendo dove andare, arriverò, farò ciò che mi è richiesto fare, ripartirò e tornerò a casa. alla mia casa, che è l’unico posto dove posso stare.

C’è un’ebbrezza della solitudine in mezzo alla gente, che mi attira. Mi piace stare nei grandi magazzini, nei treni, nelle piazze o nelle vie di passeggio. O nelle spiagge, dove la gente si mostra pressoché nuda. Eppure in spiaggia la gente resta del tutto estranea.

Allora ascoltavo questa musica, che è importante. La musica degli Underworld credo che appartenga al genere techno, il che non è importante, comunque è una musica a cellule ritmiche ripetute e ripetitive, tutta o quasi fatta con le macchine; anche le voci, quando ci sono (raramente) sono passate per le macchine. Il bello di questa musica è che non è affatto ripetitiva perché, se si ascolta bene (convengo ceh quasi nessuno ascolta bene la techno) ci si accorge che quasi ogni cellula ritmica (cioè tra un bum-bum e l’altro) ci sono minime variazioni e trasformazioni. E il tutto è piuttosto bello.

Ho capito che la cosa che abbiamo in comune è che a ciascuno è capitato di leggere una cosa e poi trovarla indispensabile per la sua propria vita. In questo modo la scrittura e la letteratura sono diventate delle cose vitali. In realtà perlopiù si cazzeggia, perché undici di sera sono le undici di sera e abbiamo voglia di svagarci riposatamente. Però capita a volte di sentirsi improvvisamente amici perché uno dice una cosa di quelle che senz’essere veramente amici non si possono dire.

Mi piace guardare i quartieri dove non si lavora ma si abita.

Alla mia sinistra c’erano le luci di porto Marghera. Tutta una serie di luci, anzi tante file di luci, alcune ininterrotte e altre spezzate, alcune lunghe alcune brevi, che cominciavano da dove il ponte (non che lo vedessi: l’immaginavo) sembrava penetrare nella terraferma, e finivamo in un luogo indistinto, al di là di moltissima strati di pioggia. Quasi tutte immobili. Alcune, le più alte, sembravano dondolare lentamente. Luci sugli alberi delle navi? Luci in cima ai paranchi o ai granchi di carroponte? Non vedevo niente, non vedevo nessun oggetto, vedovo solo queste luci bellissime. Pensai che porto Marghera, con il suo petrolchimico, era una delle disgrazie della terra veneziana. Pensai che a Marghera c’è, ogni giorno, uno strato di qualche millimetro di polveri che si posa per terra. Pensai che quelle luci erano il segno di un male che un giorno, per un calcolo neanche tanto lungimirante dei potenti della terra, si era posato lì, a Marghera, e aveva fatto disastri. Eppure, pensai, quelle luci erano belle.

Lavorare in una libreria così [una libreria universitaria, ndr] è molto bello perché è pian di libri che evidentemente sono utili, mentre le librerie normali sono stracolme di libri come questo, che non si sa mai se servano a qualcosa oppure no.

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