Quelli che aspettano Ritchie Blackmore…

Quelli che aspettano Ritchie Blackmore… Ancora pochi giorni e poi finalmente la Fender di sua maestà tornerà ad urlare.

Venerdì sera Ritchie Blackmore salirà su un palco pronto a far urlare la sua Fender a quasi vent’anni dal suo ultimo concerto “elettrico”. Ho avuto la fortuna di vedere Blackmore dal vivo due volte, una nel 1993 a Forlì nel suo ultimo tour con i Deep Purple, e poi un’altra volta nel 2003 a Milano quando si era convertito alla musica rinascimentale già da un pezzo. Ora il buon vecchio Ritchie ha passato i 70, si deve garantire la pensione e così ha messo su tre concertazzi di pura nostalgia: ha rispolverato il vecchio brand Monsters Of Rock, ha messo su una band elettrica, tolto dalla naftalina il repertorio classico di Rainbow e Deep Purple e il gioco è fatto.

Tre soli concerti (per ora), due in Germania (il 17 e il 18 giugno) e uno in Inghilterra (il 25 giugno), per regalare ai tutti noi fan un viaggio nel tempo insieme al più grande chitarrista di tutti i tempi. Non il più bravo, non il migliore, non il più simpatico. Semplicemente il più grande. Non mi sarei perso un’occasione del genere per niente al mondo e così un bel po’ di mesi fa ho preso i biglietti per il concerto di sabato sera a Bietigheim-Bissingen, una grande arena a nord di Stoccarda a fianco di un antico viadotto romano. Volo a/r Air Berlin Venezia-Stoccarda, Airbnb a Bietigheim-Bissingem e sei in pole position. Ci si vede sabato sera al Festplatz am Viadukt…

Ritchie Blackmore è Dio, Blackmore’s Night Live @Teatro Smeraldo (Milano), 25/10/2003

Ritchie Blackmore è Dio. Questa è l’unica conclusione a cui si può giungere dopo averlo sentito suonare dal vivo. Ascoltare i cd dei Blackmore’s Night non mi ha mai entusiasmato più di tanto, e mi ero presentato al Teatro Smeraldo per un puro atto di fede: sorbirmi due ore di pallosissima musica rinascimentale nella speranza di ascoltare qualcosa dal vago bagliore porpora.

Niente di più lontano da quello che poi è successo: quel vecchio pazzo con la parrucca ha dimostrato così tanta classe, genio e fantasia da stordire completamente tutti i presenti. Cazzo come ha suonato! Sentire di nuovo Ritchie dal vivo (l’ultima volta era stato nel lontano 1993, Forlì) è stato a dir poco eccezionale, un’esperienza estetica assoluta. Sono passati gli anni, se ne sono viste e sentite di tutti i colori ma non ci sono cazzi, Ritchie resta il numero uno. Punto. Con quel pezzo di legno tra le mani riesce a comunicare emozioni che quasi non credevo di conoscere. Mi sento quasi un pirla a scrivere queste banalità, però la cosa è un dato di fatto.

Il concerto è stato veramente intenso (devo anche rivalutare Candice Night, che alla fine sa cantare e sul palco non sfigura), con le chitarre acustiche di Ritchie protagoniste assolute del palcoscenico. Inutile dire però che quando Ritchie ha preso in mano la sua Fender è saltato in aria il teatro. Anche se la sua classe immensa si è sentita per tutto il concerto quando ha fatto urlare la sua Strato mi è venuta la pelle d’oca (e non solo a me, visto la reazione delirante del pubblico in sala). L’unica cosa che mi ha fatto incazzare è stata sapere che a Dolo due giorni prima a fine concerto Ritchie si era lanciato in un medley porpora, con tanto di Sunhine Of Your Love dei Cream… mai che queste cose succedano quando ci sono io!

Comunque mi è bastato godere con 16th Century Greensleeves e Self Portrait (non avrei mai pensato che l’avrebbe ripescata. . . che libidine!), tutte e due dal primo smisurato capolavoro degli Rainbow. Mi ha un po’ deluso Soldier of Fortune, ma non certo per colpa di Ritchie: mi dispiace per la sua bella cantantessa ma quella canzone è modellata per la voce di Coverdale e sentirla cantare da una voce così “diversa” può sembrare quasi un atto blasfemo. Alla fine comunque pensare che Blackmore non voglia più suonare elettrico è una vera e propria disgrazia, non oso pensare a tutto quello che ci siamo persi in questi anni. Con la chitarra acustica tra le mani riesce a stupire con meraviglie incredibili (e vorrei anche vedere), ma con quella Fender fracassona è proprio tutta un’altra musica.

P.S.

Particolare interessante: il nostro Man in Black si è anche permesso di mollare una scoreggia in un momento di silenzio assoluto, scatenando l’ilarità della sala e del resto della band. Ma che volete farci, a noi poveri dementi è piaciuta pure quella: mai sentita una renza così musicale in vita mia!

[Il pezzo sul concerto del 2003 è stato pubblicato originariamente su Debaser.it]

 

2 pensieri su “Quelli che aspettano Ritchie Blackmore…

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